Intervista a Gnut

Lo scorso 14 ottobre è stato pubblicato “Nun te ne fa’” (Beating Drum), nuovo disco del cantautore partenopeo Claudio Domestico, da tutti conosciuto con lo pseudonimo di Gnut. Un lavoro particolarmente accurato e brillante che ha visto da una parte la rinnovata collaborazione nella scrittura dei testi con il poeta Alessio Sollo e dall’altra la produzione musicale ad opera dell’artista britannico Piers Faccini che ha donato ai dieci brani delle tracklist un sound innovativo che mescola la storica tradizione della musica popolare napoletana con il blues e folk di stampo anglosassone. Una vera chicca che affianca alla maggior parte delle canzoni in lingua partenopea anche alcuni pezzi in italiano scritti da Gnut. Una sinfonia di voci sia per la partecipazione di Ilaria Graziano che per la grande varietà di strumenti impiegati per l’impianto sonoro. Una goduria per le orecchie, la fantasia e i sentimenti di cui abbiamo avuto la fortuna di parlare proprio al telefono con Gnut.

Foto di Alessandra Finelli
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Ciao Claudio, grazie mille di aver accettato quest’intervista. “Nun te ne fa’ ” è finalmente uscito. Un album bellissimo che secondo me crea un impatto unico per chi come me conosce il dialetto da piccolissimo…

Sisi anche se è un disco che io ho pensato un po’ a strati. Sono partito dai pezzi in napoletano, cioè dalle poesie di Alessio Sollo. Però c’è tutto poi un lavoro musicale anche perché essendo un disco prodotto da un’etichetta francese (Beating Drum ndr) doveva uscire anche in Francia e ha un lavoro sul suono molto accurato. Il produttore è stato molto bravo. Ci sono secondo me diversi piani di lettura: una percezione per chi capisce i testi subito, una per chi deve andare a tradurre o cercare di capire in un secondo momento, e poi c’è tutto un lavoro sugli arrangiamenti. Quindi anche io che l’ho fatto questo disco, più l’ho ascoltato negli ultimi mesi più mi è sembrato diverso.

Perché comunque è un disco meno mio rispetto a quello del passato: una parte dei testi è di Alessio, e ci sono gli arrangiamenti del produttore in Francia. Ho scritto alcuni testi, c’è un impianto musicale alle spalle. Insomma c’è quel distacco che mi fa godere il disco nell’ascolto perché i testi di Alessio mi fanno emozionare e il modo di suonare del produttore Piers Faccini mi piace tantissimo perché sono un suo fan. Apparte il lato mio, ci sono gli elementi dei collaboratori che mi emozionano molto.

Questo disco ha una gestazione lunga sette anni. Tu e Alessio avete scritto ben quaranta canzoni tra le quali Piers Faccini ne ha selezionate dieci. Come si sono sviluppate la scrittura del volume e la messa a punto della parte tecnica?

In realtà è un disco che parte da lontano con le canzoni in italiano che sono alla fine della tracklist che ho scritto otto anni fa. Poi ho conosciuto Alessio Sollo che è stata un’onda che mi ha travolto dal punto di vista dell’ispirazione. Le sue poesie mi hanno ispirato tantissime soluzioni musicali che non mi aspettavo e quindi ho iniziato a scrivere tantissimo. Io non sono mai stato un autore molto prolifico. Quindi scriverne tantissime in poco tempo è stata una sorpresa anche per me. Durante questo periodo abbastanza lungo continuavo a scrivere tante canzoni con Alessio. Giravo le canzoni a Piers con il quale ero rimasto d’accordo che dovevamo fare sto disco insieme e molto lentamente abbiamo iniziato a selezionare le canzoni. Già io gli indicavo delle canzoni che a me e Alessio piacevano in particolar modo poi lui faceva la selezione. In un po’ di anni è durata questa cosa perché ho fatto due Ep e il disco e altre cose, però io mandavo dei pezzi a Piers che lui sceglieva. Ne aveva scelti dieci ma gliene mandavo altri e facevo travolgere anche lui dalla mia stessa onda.

Dopo questo lavoro, ci stavamo organizzando per andare a registrare tutto in presa diretta a Parigi con i musicisti. Però poi è arrivata la pandemia. Abbiamo aspettato un po’ ma poi abbiamo deciso di lavorare a distanza. Perciò il lavoro tecnico è stato un po’ più lento perché dovevamo inviarci dei file, vederci su Zoom, incastrare i miei impegni con quelli di Piers e i musicisti. Non è stato faticoso perché i giorni effettivi di lavoro saranno stati due settimane, però due settimane in otto anni. A distanza lui ha vestito le canzoni con i suoi arrangiamenti bellissimi dandogli un sound internazionale da anni mentre io con i miei soci qua a Napoli abbiamo cercato di enfatizzare quelle che sono le radici della canzone popolare e napoletana. Lui ha dato l’impronta internazionale, a me piacciono molto il blues e il folk inglese e americano. Io ho lavorato qui con Michele Signore della Nuova Compagnia di Canto Popolare che nel disco suona il mandoloncello, il mandolino e il violino. Abbiamo invitato a cantare in un pezzo Fausta Vetere, storica voce della Compagnia. Abbiamo fuso le mie radici con le mie passioni ed è venuta fuori alla fine questo disco.

Il brano in questione (“Colpa mia) che fonde in modo evidente le due tradizioni musicali di cui tu parlavi adesso…

Sisi il pezzo era proprio di ispirazione beatlesiana. Era partito in modo diverso rispetto agli altri che invece di solito partivano con i testi di Alessio e io che iniziavo a musicare. In questo pezzo avevo questo giro di chitarra in testa da diverso tempo e infatti lo avevo salvato sul cellulare con il nome “Lennon” come pezzo strumentale. Provammo ad adattare una poesia di Alessio e con lui succedono le magie perché ci troviamo subito. Ne è uscita fuori una canzone che mi piaceva molto perché immaginavo che questo testo visionario che esprime un senso di colpa doveva avere un’esplosione finale. Quindi ho detto che sarebbe stato carino partire dai Beatles per tornare alle mie radici e alla tarantella. Quindi avevo pensato a questo giro ispirato a Cicerenella ma pensavo solo ai classici vocalizzi della tarantella quando ho invitato Fausta Vetere a cantare. Lei si è presa la briga di scrivere questo testo ispirato alla musica popolare del Settecento con la tecnica della “Fronna di limone” nel cantato. E’ stata eccezionale, mi ha fatto emozionare tantissimo. La parte finale di Fausta è stata ispirata alla prima frase del testo: “Stong’ stiso sott’a n’albero ‘e limune”.

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L’immagine delle fronne degli alberi che apre il testo mi ha fatto pensare subito al brano “‘E fronne” della band dei Foja che tu conosci benissimo. C’è l’utilizzo di quest’immagine comune e semplice che rappresenta un simbolo proprio nella sua essenzialità

Noi della nuova generazione della canzone napoletana siamo tutti diversi e questa è una cosa buona. Non abbiamo lo stesso sound come è stato nel dub degli anni 90 per esempio con le posse ecc. Però abbiamo questa cosa in comune, io ci vedo sempre come delle foglie di un albero a proposito di fronne. Quindi fare musica a Napoli e avere la consapevolezza di avere delle radici secolari dalle quali non ti puoi distaccare, ti fa rimanere attaccato a questa cosa e ti condiziona. E’ una linfa vitale che ti mantiene vivo. Siamo di fronte al risultato di tanti secoli di musica e arte e cerchiamo nel nostro piccolo di portare avanti qualcosa che fa parte del nostro popolo e della nostra terra.

La canzone che mi ha colpito di più è “Chella Notte, traccia numero 6 che segue il punto di vista di un assassino. Come è nata e come la definiresti?

La canzone è nata nel primo periodo in cui ho iniziato a musicare le canzoni di Alessio. Era un periodo in cui lui mi svegliava tutte le mattine con una poesia diversa e io quando mi svegliavo la musicavo e gliela mandavo. Perciò ogni giorno facevamo una canzone e in un mese ne facemmo tipo ventisei. Una di queste mattine, siccome avevamo scritto un po’ di cose in cui l’atmosfera malinconica faceva da padrone sia nei testi che nelle musiche, con questo testo così crudo e forte ho provato per contrasto a creare una musica più ritmata e paradossalmente solare. Anche per rischiare di non far uscire qualcosa di troppo pesante.

La seconda strofa soprattutto mi affascina molto perché c’è il punto di vista dell’assassino che non riesce a superare il femminicidio che ha commesso. Non ci sono giudizi, non c’è morale. Sono argomenti che secondo me comunque vanno trattati, non voglio certo dire che prendo le parti dell’assassino. Ma la letteratura è piena di queste tecniche in cui ti metti nei panni del cattivo e cerchi comunque di leggere il suo lato umano. E’ stato un bel viaggio mettermi nei panni di quest’uomo che è uscito da galera dopo trent’anni l’assassinio che ha commesso e adesso fa il barbone ubriaco.

L’elemento della sorpresa si ritrova con la voce di Ilaria Graziano, che ben si integra alla tua. Come è nata questa collaborazione e come avete messo insieme due differenti anime della voce?

Ilaria la conosco da tanti anni e le voglio un bene incredibile. Abbiamo un rapporto fantastico. Dopo Etta James, è la mia cantante preferita. Tra le voci della storia mondiale lei mi fa venire i brividi quando canta. L’idea di coinvolgerla nel disco è una scelta produttiva di Piers che a un certo punto ispirandosi un po’ alle atmosfere country americane alla Johnny Cash, quei repertori con doppia voce maschile e femminile, si era immaginato qualcosa del genere per il disco. E’ stata l’ultima cosa che abbiamo aggiunto, erano stati inseriti già i violini e le parti elettriche. Lui sentiva la mancanza di questa cosa che andasse a colorare la mia voce e prendere delle frequenze in alto.

Quando mi ha proposto questa cosa a me è piaciuta tantissimo questa idea e io ho detto “Guarda la persona giusta è Ilaria. La voglio fare solo se c’è Ilaria”. Anche perché sarebbe servita una cantante con un’ottima pronuncia in napoletano e Ilaria ce l’ha. Per un fatto di rapporto umano e di stima che provo per Ilaria sarebbe stata l’unica con cui avrei condiviso queste canzoni e il palco per i live che faremo insieme nei prossimi mesi.

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Mi hai già praticamente risposto a una domanda che volevo farti relativamente alle date del tour di promozione dell’album che sono state rese disponibili. Con quale formazione ti esibirai dal vivo nei prossimi mesi?

La formazione vede Marco Caligiuri (Collettivo di Sollo e Gragnaniello) alla batteria, Valerio Murro al basso, Gianluca Capurro alla chitarra elettrica, Michele Signore (Nuova Compagnia di Canto Popolare) al violino, mandolino e mandoloncello, io chitarra e voce e Ilaria.

Mi interessava chiederti infine della copertina del disco che mostra un’immagine di tuo padre. Una diapositiva che a me fa subito pensare ad un richiamo al passato.

Partendo dall’idea collegare il disco alle mie radici avevamo pensato inizialmente di prendere una serie di foto di famiglia che creassero un collage del mio volto. Ho dovuto allora scannerizzare tantissime foto ripescate in casa di mio padre e mandarle in Francia. Piers è anche un’ottimo artista grafico e pittore. Lui avrebbe dovuto stampare e ritagliare questo “mostro” creato con tutte le foto di famiglia. Solo che quando gli sono arrivate le foto ha visto quest’immagine di mio padre di cui si è innamorato per le simmetrie tra le braccia del Cristo di Maratea e quelle di mio padre a creare una figura particolare. Ci sono le braccia tese verso l’alto che rimandano a qualcosa di spirituale che lega passato e presente.

L’immagine assumeva tantissimi significati diversi e una bella forza dal punto di vista grafico e visivo. Se la guardi rimpicciolita sui social sembra un ragnetto, le braccia mostrano un sorriso. La patina in arancione è stata scelta per creare omogeneità all’interno dell’immagine. Mi aspettavo il collage, invece mi sono ritrovato quest’immagine di mio padre che a prima vista mi ha fatto pensare a un disco di bossanova degli anni ’70, ad esempio di Caetano Veloso (ride ndr). Poi mi sono innamorato di questa scelta e sono entrato nei significati che poteva avere.

Per approfondire:

www.facebook.com/gnutmusic
www.instagram.com/claudiognut
www.twitter.com/ClaudioGnut
www.controventomusiclab.it
youtube.com/gnutmusic

Un ringraziamento sentito a Leonardo Cianfanelli

Immagini gentilmente fornite dall’Ufficio Stampa A Buzz Supreme

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